Soffio del Brenta...

 

 

Il Sentiero

1) La palestra nel vento
La sommità del Doss del Sabion è caratterizzata dalla formazione costante, durante il giorno, di correnti ascensionali e dalla presenza di venti che salgono dalla valle. Entrambi i fenomeni rendono l’area particolarmente adatta per gli uccelli veleggiatori e per quelli che sfruttano abilmente il vento. Il Doss, in altre parole, è una palestra naturale e ideale dove si allenano – e quindi si possono osservare comodamente – alcune specie di uccelli, come l’aquila reale (Aquila chrysaetos), il gheppio (Falco tinnunculus) e il rondone maggiore (Apus melba).
2) Le brughiere ventose
Il vento in quota ha un grande potere: decide dove accumulare la neve, schiaccia e dissecca le piante. È quanto accade sull’Alpe di Grual. Bisogna essere piccoli e robusti per resistere al vento, come lo sono gli arbusti nani. E se vivono loro, gli arbusti, la copertura del suolo è assicurata, così come il rifugio e la protezione alla fauna alpina. I rododendri, il ginepro nano e l’azalea delle Alpi vivono imperterriti su questi dossi ventosi dove spesso manca la protezione di un manto nevoso. L’Azalea nana (Loiseleuria procumbens), appiattita sulle rocce come una spalliera, forma dei boschi in miniatura dove il vento rallenta e quindi temperatura e umidità aumentano: il risultato è un microclima quasi tropicale, completamente protetto rispetto alle condizioni esterne.
3) Le montagne del mare
Sono le Dolomiti di Brenta le straordinarie montagne che si offrono da questo palcoscenico naturale. Il gruppo è costituito da una roccia sedimentaria, la Dolomia Principale, formatasi 220 milioni di anni fa sul fondo di un antico mare, poco profondo, in cui brulicava la vita di numerosi molluschi e animaletti di scogliera. Le stratificazioni testimoniano ripetuti abbassamenti e innalzamenti del livello marino, ma lo spessore di questa roccia (anche 1000 metri) ci fa capire di quanto si sia abbassato complessivamente il fondale marino. Ma la Terra è un elemento vitale, in continua evoluzione: 170 milioni di anni dopo, i sedimenti ormai litificati (dal greco lithon=sasso) vennero sollevati da enormi spinte provenienti dalla piattaforma africana, fino a raggiungere quote oltre i 3000 m di altitudine (Cima Tosa 3173 m). Gli agenti atmosferici, poi, assieme all’azione del gelo e del disgelo e soprattutto dei ghiacciai, hanno modellato queste rocce dando vita a splendide forme: guglie, torrioni, campanili, cenge e pianori sommitali.
4) Il lago delle acque nascoste
Laggiù, quello specchio color smeraldo che si intravede tra i larici è il lago di Valagola, uno dei tre soli laghi (gli altri sono quelli di Tovel e di Molveno) ad essere presente nel Gruppo di Brenta. Tipicità della catena ed elemento di evidente diversità rispetto ai massicci della Presanella e dell’Adamello deriva dal fatto che la roccia dolomitica è soggetta al fenomeno del carsismo: viene disciolta sotto l’azione dell’acqua mista ad anidride carbonica, creando tutta una serie di gallerie, fessure, cunicoli, crepacci, forre all’interno del massiccio roccioso. Sono frequenti, allora, torrenti e corsi d’acqua nascosti all’interno del gruppo montuoso, che solo di rado ed improvvisamente affiorano e si fanno magnificamente visibili come sorgenti di cascate come quelle di allesinella a Madonna di Campiglio o quelle di Rio Bianco a Stenico. Laggiù, vicinissima al lago, c’è anche la malga, ora ristrutturata e impiegata dal Parco Naturale per le sue attività didattiche, di proprietà dell’ASUC di Stenico ed oggetto, nel Basso Medioevo, di una feroce contesa per il suo possesso.
5) Il crocevia della Madonina
Si chiama “La Madonina” nella toponomastica del posto questo suggestivo incrocio di sentieri. Il motivo viene dalla cappelletta realizzata dall’U.S. Camoscio di Giustino, comune proprietario della zona, con la sua campana che richiama alla preghiera. Da qui ci si immerge nell’ambiente dolomitico salendo lungo il sentiero 307 fi no al Rifugio XII Apostoli (2447 m), dedicato ai fratelli Garbari, e gestito dalla guida alpina Aldo Turri, mentre dopo un tratto sul 307 il 324 scende verso il Lago di Valagola nell’omonima valle che si immette nella Val Brenta. Dal 333, che porta verso sud alla Val d’Algone e Stenico, si stacca il 341 / 307 che raggiunge Malga Movlina e Malga Plan e scende a Massimeno. Prendendo verso ovest il sentiero 307 gira in un anfiteatro stupendo sulla Val Rendena fino a Malga Bandalors. Imbocchiamolo!
6) Le pietre del fuoco
Questo grande e scuro sasso non ti sembra un po’ strano e soprattutto così differente rispetto alla roccia prevalente nel Gruppo di Brenta e tra Adamello e Presanella? Hai visto giusto: questo è un masso crollato dai versanti del Doss del Sabion e che ne mostra la composizione della roccia, una delle più antiche presenti nell’area, poiché data circa 300 milioni di anni. Si tratta di una roccia ignea (dal latino ignis=fuoco) chiamata granodiorite, che ha avuto origine da un magma molto denso e viscoso salito verso la superficie terrestre. Il movimento di risalita era così lento che si è arrestato al di sotto di una copertura sedimentaria. Trovandosi imprigionato all’interno della crosta terrestre, il magma, da una temperatura iniziale di circa 800°C, si è raffreddato molto lentamente e questo ha fatto sì che gli atomi avessero il tempo di organizzarsi in impalcature cristalline, creando degli splendidi cristalli. Osservando attentamente si riescono a distinguere i minerali costituenti la roccia: quelli neri (Biotite, Anfiboli), quelli bianchi (Feldspati) e quelli trasparenti (Quarzo). La genesi è molto simile a quella del gruppo dell’Adamello-Presanella, avvenuta però in epoca successiva, ben 260 milioni di anni dopo!
7) Nel regno delle marmotte
Hai sentito un fischio? Ancora un altro? Beh, allora sono proprio loro, le marmotte, che hanno allertato la piccola colonia che popola quest’area, là tra i massi, della tua presenza. Vivono di solito in piccoli gruppi familiari (nel Parco naturale Adamello Brenta ce ne sono circa 230) che condividono delle profonde tane sotterranee. Per ispezionare il territorio non arrampicano, ma
si drizzano frequentemente sulle zampe posteriori. Sono simpatiche, le marmotte, non è vero? Sono anche un po’ goffe e piccoline… Non mi dirai che non ne hai mai viste, vero? Se così fosse, fermati, stai in silenzio ed osserva con attenzione: con un po’ di pazienza potrai scorgerle ed osservarle! Ma non spaventarle e resta sempre sul sentiero!
8) Le sorgenti dell’orso e l’ambiente delle malghe
Impossibile pensare ad un paesaggio alpino senza malghe. Le ampie radure erbose e gli edifici rustici e indispensabili alla permanenza umana sono storia, radici, cultura e territorio da quando, nel Medioevo, l’uomo cominciò a sfruttare in modo accorto i pascoli in quota. Malga Bandalors tuttavia è particolare: la ricchezza di sorgenti nei pascoli circostanti ha permesso la costruzione di numerosi “bregn” o “brogn”, tradizionali abbeveratoi scavati in tronchi di larice. Forse il riferimento all’orso è dovuto alla quota o semplicemente alla storica presenza di orsi. Una peculiarità: un lattodotto, oggi come tanti anni fa, collega questa malga con il caseificio di Giustino, confl uendovi il latte prodotto e coprendo una distanza di 4 km in circa 40 minuti.
Nel pascolo centrale si può ancora vedere un “cavalet”, ingegnoso sistema per trasportare il letame dalla stalla ai pascoli, utilizzando un semplice meccanismo di contrappesi e carrucole. Ti piacciono le mucche al pascolo? Sono scure, vero? Sono le vacche di razza Rendena, bovini autoctoni della Valle, perfettamente adattate a questi pascoli impervi che richiedono bestiame rustico, robusto e poco esigente.
9) Dal pascolo al bosco
Finisce il pascolo, inizia il bosco. Da sempre in conflitto tra loro, questi due ecosistemi si rubano spazio a vicenda a seconda delle esigenze delle popolazioni e del momento storico. Per sfruttare al massimo la produzione legnosa un tempo si rimboschivano superfici aperte con Abete rosso, spingendolo spesso oltre il suo limite ecologico: ma un bosco artificiale dipende completamente dall’uomo, poiché è incapace di crearsi un proprio naturale equilibrio. Oggi la selvicoltura naturalistica mira ad avere un bosco stabile, capace di rinnovarsi da solo, dove l’uomo interviene per migliorare l’esistente e non per stravolgerlo. Le esigenze della fauna diventano parte integrante della gestione del bosco: così gli alberi maturi o deperienti vengono sfruttati dai picchi, e dopo di loro da altri animali. Le aperture create tagliando piccoli gruppi di piante migliorano l’habitat per i piccoli e grandi erbivori. Così il bosco si apre, entra la luce a illuminare il sottobosco che si fa più ricco, i semi possono germinare e poco alla volta il bosco cambia aspetto.
10) Gli abitanti del bosco
Il bosco, un quieto mondo verticale fatto d’alberi, di radure, di silenzi. Qui vivono molti animali, specializzati nel fruire di ciò che il bosco può offrire: insetti, semi, riparo. Tra questi alcuni specialisti come i picchi che scavano il legno dei tronchi sia per ricercare gli insetti che vi si nascondono, sia per nidificare, od il crociere, piccolo uccelletto che si nutre quasi esclusivamente di semi di conifere. Negli angoli più tranquilli vive il gallo cedrone ed il francolino di monte. Il picchio tambureggia su dei rami morti che risuonano e in questo modo. Muoviti in silenzio ed ascolta i rumori, i sussurri del bosco; la visibilità è ridotta e molti animali comunicano con versi e canti. Hai sentito quello strano picchiettio? E quel rumore tra le foglie? E il vento, senti come spira tra i rami e gli alberi?

 

 

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